Libro "L'innaffiatore del cervello di Passannante "
euro 10 (spese spedizione comprese)


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DVD "Contadini del Sud"
euro 12 (spese spedizione comprese).

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DVD "Storie di Scorie"
euro 12 (spese spedizione comprese)

Spettacoli

La sposa di Scanderberg: la diaspora arebereshe

Scheda Artistica

di Ulderico Pesce
con Lara Chiellino, Marianna Ferraro, Roberta Langone, Eleonora Santoro.

Scanderberg“La sposa di Scanderberg” è un testo che mira a rispondere a queste domande: “Come mai in Italia esistono cinquantadue paesi fondati dagli Albanesi a partire dal 1400, come San Costantino Albanese, San Paolo Albanese, Maschito, Barile in Basilicata, o piana degli Albanesi in Sicilia o Frascineto in Calabria?  - Come mai gli Albanesi sono arrivati in Italia? Come sono stati accolti dagli italiani?”
Attraverso il ricordo e la narrazione di Andronica, la giovane sposa di  Giorgio Castriota Scanderberg, si mira a rappresentare le gesta eroiche del grande condottiero che per circa venticinque anni respinse i violenti attacchi che i Turchi portarono all’Albania con l’intento di aprirsi un varco per conquistare Venezia, l’Italia e l’Europa imponendo così la religione musulmana.
Senz’altro lo scontro etnico religioso narrato, insieme alle Crociate cattoliche contro i musulmani, è il più importante della storia, mai così violenta è stata la guerra tra cristiani e musulmani. La ricerca storica e la messa in scena diventano così un momento fondamentale per la comprensione di quelle che oggi rappresentano le piaghe del nostro pianeta: la guerra tra religioni e la guerra tra etnie.
La piece teatrale inoltre, nell’ambito della ricerca dell’identità storica del territorio lucano, va alla ricerca della storia delle popolazioni albanesi che a partire dal 1400 lasciarono l’Albania per stanziarsi in Basilicata e in altre aree del Sud dell’Italia.
Nello stesso tempo verranno narrate le varie ondate migratorie degli Albanesi in Italia, il loro arrivo, la creazione dei borghi in cui vivere, il rapporto con le popolazioni che già vivevano nell’area, gli usi e le tradizioni culturali che portarono, il rito greco bizantino e l’intreccio culturale che è nato con le culture preesistenti.
Nel testo teatrale si scorge preponderante un altro argomento di attualità e cioè l’integrazione culturale dei due popoli, quello Albanese e quello Italiano, che a partire dal 1400 hanno dato vita ad una convivenza pacifica realizzata in varie parti d’Italia compresa la Basilicata. Questa convivenza è stata realizzata nell’assoluto rispetto della diversità, in scena, a rappresentare l’incontro e la fusione delle culture, è la musica, le note della cifteli, strumento tipico albanese, si sono fuse con quelle delle zampogne e delle surduline lucane. In musica si è realizzato ciò che ancora nella vita civile non si riesce a realizzare.
Vista l’importanza della musica la rappresentazione è arricchita da brani della tradizione musicale arbereshe eseguite dal vivo.

 

CARLO LEVI un torinese del Sud

                                                                                                                         Recensioni Foto

 

Scheda Artistica

  

 

Ulderico Pesce e Maria Letizia Gorga

in

 

CARLO LEVI

un torinese del Sud

  

drammaturgia e regia di

Ulderico Pesce

 

spettacolo coprodotto da Libera Scena Ensemble di Napoli.

 

Musiche della tradizione contadina lucana e canzoni degli anni 30

eseguite da Stefano De Meo

quadri del confino riprodotti da

Franco artese

 

  

 

LO SPETTACOLO

“Carlo Levi un torinese del Sud" racconta la vita e la ricerca artistica di Carlo Levi attraverso tre passioni.
La prima quella tra Levi e Paola Olivetti, la moglie dell’industriale delle macchine da scrivere, che nel 1935 scende in Lucania, a Grassano, dove il fascismo ha confinato il pittore torinese.
Insieme vivono presso la locanda Prisco per venti giorni. Testimone di questo incontro “illegale”
di cui non si parla nel “Cristo si è fermato a Eboli”, i ritratti di Paola dipinta tra i calanchi ed alcune
fotografie. Questa tresca amorosa determinerà il trasferimento di Levi in un paese isolato tra i calanchi:
Aliano.
Seconda passione è quella tra Levi e il barbiere “Frischetto”, custode per undici anni delle tele dipinte
durante il periodo del Confino dal maestro torinese. Il barbiere, che nel “Cristo” viene definito
“il futuro segretario”, conserverà nella sua bottega e fino al 1945 buona parte delle tele dipinte da
Levi dal 5 agosto 1935 fino al 5 maggio del 1936.
Ultima passione è quella tra Levi e Linuccia, figlia del poeta Umberto Saba, conosciuta a Firenze, a
casa di Annamaria Ichino, durante l’occupazione nazista del 1943, dove la giovane si rifugiava con
la famiglia e con altri ebrei antifascisti come Montale, Rossi-Doria, Luzi e lo stesso Levi.
A Firenze, scrivendo il “Cristo” scoppierà la passione tra lo scrittore torinese e Linuccia.

 

 

 

 

di CARLO LEVI un torinese del Sud

hanno scritto

 

“Pesce elabora un viscerale amore per la Lucania e lo rende esemplare.”
Franco Cordelli IL CORRIERE DELLA SERA

“In questo lavoro mostra una virulenta passione per la sua terra”
Adele Cambria L’UNITA’

“Una splendida Maria Letizia Gorga nel ruolo di Paola Olivetti”
Tiberia De Matteis IL TEMPO

“Il teatro di Ulderico Pesce sa toccare naturalmente i vertici delle emozioni”
Annalisa Venditti ITALIA SERA

“Uno spettacolo che racconta le passioni di Carlo Levi grazie ai bravissimi Pesce e Gorga”
Tonino Bucci LIBERAZIONE

“La capacità e la voglia di raccontare come in un teatro di piazza vicino alla gente e alla sua memoria”
Laura Novelli IL GIORNALE

 

 

EVVIVA MARIA: I MOTI DI REGGIO CALABRIA DEL 1970 E L'ASSASSINIO DI 5 ANARCHICI

Scheda Artistica

di Ulderico Pesce
con
Lara Chiellino

EvvivaMaria
Il testo racconta la storia dei “Moti di Reggio Calabria del 1970”, un avvenimento tragico e paradossale che rappresenta ancora oggi la più importante rivolta popolare italiana dal dopoguerra a oggi. Il popolo di Reggio Calabria protestò in maniera determinata, costruendo barricate nella città, occupando strade e ferrovie, contro la decisione di nominare capoluogo della Regione Calabria la città di Catanzaro, che contava circa settantamila abitanti, e non quella di Reggio Calabria che ne contava centosettantamila. Molti furono i morti e molti i feriti e quei fatti rappresentano ancora oggi, una ferita aperta per tutto il Mezzogiorno d’Italia.
Lo spettacolo mira a rintracciare e raccontare i veri motivi di quella ribellione, che affondano le radici in una politica del Governo centrale verso il Sud che ha coltivato solo illusioni e inganni, politica mai realizzata a pieno e che si è rivelata con gli anni senza prospettive reali. Un Sud che è stato lasciato nelle mani della malavita che oggi, a Reggio Calabria, come in altre parti del Sud dell’Italia, regna incontrastata.
“La notte del 26 settembre 1970 morirono sull’autostrada del Sole fra Ferentino ed Anagni, alle ore 23,25, in uno scontro con un autotreno, cinque giovani che si recavano a Roma per  portare ad un giudice “carte e documenti segreti” che avrebbero fatto capire gli autori reali dell’attentato al treno “La Freccia del Sud”, avvenuto il  22 luglio dello stesso anno, all’altezza di Gioia Tauro, in cui persero la vita sei persone.
Entrambi gli episodi furono frettolosamente archiviati dalla Magistratura come “incidenti”, molti invece continuano a pensare, a dire e a scrivere, che quei fatti definiti “incidenti” furono, viceversa, veri e propri “attentati” con cui si mirava a destabilizzare l’ordine sociale e a mettere a tacere ragazzi scomodi che avevano intuito i manovratori reali, o meglio gli strumentalizzatori dei Moti di Reggio Calabria che, approfittando della battaglia dei reggini, miravano a conquistare l’Italia con la forza.
Visto che lo Stato italiano ha lasciato nel dimenticatoio questi fatti, tocca a noi “teatranti”, “pagliacci” per vocazione, ricordare quei morti”
Ulderico Pesce

 

MEDEA: il matrimonio tra una clandestina e un colonizzatore

Scheda Artistica

da Euripide di Ulderico Pesce

con Ulderico Pesce
Lara Chiellino, Eva Immediato, Eleonora Santoro.

MUSICA
armena, georgiana e turca

DRAMMATURGIA E REGIA
Ulderico Pesce 

    

LO SPETTACOLO

Medea, nipote del Sole, pratica di arti magiche, viveva in un terra favolosamente ricca: la Colchide,
situata alla “periferia misteriosa del mondo eroico” corrispondente all’attuale Georgia e ad una parte della Turchia. Proprio nella Colchide, in un boschetto sacro al dio della guerra Ares, il re Eete,
padre di Medea, teneva appeso il Vello d’oro che aveva la capacità di volare, fino a quando Giasone
e gli Argonauti non giunsero nel suo regno per impadronirsene. Ad aiutare Giasone nella conquista
del Vello d'oro, difeso da un terribile serpente, fu Medea che, innamoratasi di lui perdutamente
diventa sua moglie e si trasferisce in Occidente, a Corinto, dove mettono al mondo due figli.
Dopo dieci anni Creonte, re di Corinto, vuole dare sua figlia Glauce in sposa a Giasone, offrendo a
quest'ultimo la possibilità di successione al trono. Giasone, accecato dal potere, accetta,
abbandonando sua moglie Medea che cade nella più assoluta disperazione e i due figli. Vista l'indifferenza di Giasone di fronte al suo sconforto, Medea medita una tremenda vendetta.
Fingendosi rassegnata, manda in dono un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il
dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in
aiuto, tocca anch'egli il mantello e muore. Ma la vendetta di Medea non finisce qui, per assicurarsi
che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli Mermo e Fere avuti da lui. Il dolore per la perdita
dei propri discendenti porta Giasone al suicidio. 

Note di regia

“Giasone parte con gli Argonauti e affronta quello che era considerato "il viaggio più lungo" verso il luogo più orientale mai conosciuto al mondo: la Colchide, laddove sorgeva il sole. Va verso una terra favolosamente ricca per rubare il Vello d’oro che i Colchi veneravano da millenni. Il Vello è ovviamente una metafora dell’oro di cui quella terra era ricca. Ancora oggi nelle zone montuose della Colchide vivono pastori-cercatori d'oro seminomadi che utilizzano un setaccio ricavato principalmente dal vello di ariete tra le cui fibre si incastrano le pagliuzze di oro.
Mi sono chiesto cosa l’Occidente va a “rubare” oggi in questi territori ricchi soprattutto di risorse del sottosuolo ma assolutamente deboli da un punto di vista militare. Oggi, i territori dell’antica Colchide sono attraversati dalle condotte di gas e petrolio che noi occidentali preleviamo per le nostre necessità. Ed ecco che il Vello d’oro del nostro spettacolo diventa un barile di petrolio che, analogamente al Vello d’oro dell’antichità, ha la capacità di far volare.

La nostra Medea è una donna forte che viene dalla periferia del mondo nelle cui viscere si nascondono ricchezze enormi. E’ così forte l’amore che ha per Giasone che, pur di aiutarlo a rubare il Vello d’oro giunge ad uccidere il fratello Apsirto spargendone i poveri resti dietro di sé dopo essersi imbarcata sulla nave Argo che la porta in Occidente. Medea pur di raggiungere il sogno di realizzare la sua vita con Giasone nel “mondo civile” non solo uccide il fratello ma abbandona la sua terra e “regala” all’Occidente quanto di più prezioso il suo popolo ha: il Vello d’oro. Medea annienta la sua Identità, la memoria della sua terra.
Arrivata nel nuovo mondo si accorge presto di non essere compresa e che la sua vita non è facile. Ha difficoltà a parlare la lingua dell’Occidente, in più è trattata con sospetto perché viene da fuori, è una donna da cui guardarsi, una “barbara”, ha un’altra religione, un’altra cultura. Nello stesso tempo il luogo dove Medea è ospite, l’Occidente, è ricco ed ha bisogno di “braccia”, di lavoratori immigrati, di “paesani di Medea”. E’ un conflitto di cui oggi si parla, un tema individuato nell’antica Grecia che nel nostro lavoro diventa determinante.”

Ulderico Pesce

 

IL CANTO DI ANTIGONE

Scheda Artistica

da Sofocle di Ulderico Pesce

con Ulderico Pesce
Lara Chiellino, Antonella Iallorenzi, Eleonora Santoro
Musiche tradizionali della Lucania e della Sardegna interpretate da Roberta Langone

Dopo la morte di Polinice nel duello con il fratello, Creonte lo lasciò senza tomba e proibì a tutti di seppellirlo minacciando la pena di morte. La sorella Antigone lo seppellì. Creonte allora, minacciò di morte le guardie che sorvegliavano il cadavere se non scoprivano l’autore del fatto. Esse disseppellirono il cadavere e ripresero la sorveglianza. Antigone arrivò e trovando di nuovo il corpo  del fratello pianse su di lui e in tal modo si scoprì. Quando gli fu consegnata dalle guardie, Creonte la condannò ad essere sepolta viva. Allora Emone, figlio di Creonte che era il suo fidanzato, sconvolto si uccise sul corpo della fanciulla che si era impiccata. Addolorata Euridice, moglie di Creonte, si uccide; alla fine Creonte piange la morte del figlio e della moglie.

Dopo il progetto sull'anarchico Passannante e il suo cervello e il suo cranio insepolti e messi in mostra presso il Museo Criminologico di Roma, la compagnia passa allo sviluppo di tematiche analoghe presenti ne L'Antigone di Sofocle. Oltre al tema della mancata sepoltura, l'opera offre spunti di lavoro ancora attuali come il conflitto tra la legge scritta e quella orale, il senso dell' azione di chi governa un paese, l'autorità dello Stato quando diventa autoritarismo e tirannia.
A proposito delle leggi orali tramandate dal popolo a cui si ispira Antigone, abbiamo intenzione di ricercare musiche della tradizione popolare contadina lucana che hanno come tema il lutto, soprattutto nella tradizione musicale di Tricarico e la tradizione delle “prefiche di Colobraro”, ovvero le piangenti, le donne che piangevano i morti avversate dal Concilio di Trento. Verranno inoltre utilizzate fotografie e video di Ernesto De Martino e Luigi Di Gianni, due antropologi che negli anni ’50 hanno dato vita ai primi studi scientifici sulla vita del popolo lucano.

 

Il grido delle pietre: la vita di Domenico Lentini

lentini

Scheda Artistica

di e con Ulderico Pesce
e con Lara Chiellino, Eleonora Santoro, Roberta Langone
Chorale “Domenico Lentini”
diretto da:
Silvano Marchese

Lo spettacolo ,“Il grido delle pietre”,  racconta la vita del Beato Domenico Lentini.
Penitente, predicatore, sacerdote esemplare, Domenico nacque in una famiglia umile di Lauria nel 1770. Il padre Macario, contadino, conciava il pellame, faceva un po’ di tutto per mantenere i cinque figli, Domenica, Rosa, Nicola, Antonia e Domenico. La madre Rosalia Vitarella morì lasciando i figli piccoli e il marito, quest’ultimo non dormiva la notte col pensiero di pagare la piccola casa dove abitavano.

Molto presto Domenico cominciò a dare segni della sua Vocazione.  Diventò sacerdote, svolse il suo ministero pregando, predicando, facendo penitenza, insegnando ai poveri, dando tutto agli altri. Erano tempi duri, i suoi fratelli si lagnavano della sua generosità, don Domenico dava tutto a tutti lasciando vuota la “dispensa” della propria famiglia.
Nello spettacolo “Il grido delle pietre”, la storia di Domenico, i suoi studi, le sue prediche, le opere, i miracoli sono raccontati dai suoi fratelli che diventano gradualmente  testimoni di una vita vissuta in modo straordinario, fino al 1828, quando don Domenico lasciò questa terra per il Paradiso, lasciando in eredità la fama della sua Santità, una fama che non si è mai perduta, è stata riconosciuta dalla Chiesa che il 12 ottobre 1997, approvando il miracolo ricevuto da Antonietta Acunzo di Napoli, ha iscritto il Venerabile Lentini nell’elenco dei beati.

 

MORO la strage di via Fani

scritto da
Ferdinando Imposimato e Ulderico Pesce

Interventi in video del giudice Ferdinando Imposimato
musiche Domenico Modugno
interpretato e diretto da Ulderico Pesce

Scheda artistica


"Non l’hanno ucciso le Brigate Rosse, Moro e i ragazzi della scorta
furono uccisi dallo Stato.”
Questa frase è il fulcro dell’azione scenica ed è documentata dalle indagini del giudice Ferdinando Imposimato, titolare dei primi processi sul caso Moro, che nello spettacolo compare in video interagendo con il protagonista.
Il titolo dello spettacolo è “moro” con la “m” minuscola a voler sottolineare che nel cognome del grande statista c’è la radice del verbo “morire”. Come se la “morte” di “Moro” fosse necessaria per bloccare energie politiche alternative a quelle in auge e per lasciare spazio alle carriere di alcuni suoi colleghi. Moro sente che “altri” vogliono la sua morte e lo scrive in una delle ultime lettere che fanno da leit motive dello spettacolo: “Il mio sangue ricadrà su di voi, sul partito, sul Paese. Chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno voluto veramente bene e sono degni di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.

Il racconto scenico parte dai fatti del 16 marzo 1978 quando fu rapito Aldo Moro e furono uccisi gli uomini della scorta: Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Oreste Leonardi.
Raffaele Iozzino, unico membro della scorta che prima di morire riuscì a sparare due colpi di pistola contro i terroristi, era di Casola di Napoli e proveniva da una famiglia di contadini. Raffaele, alla Cresima, aveva avuto in regalo dal fratello Ciro un orologio con il cinturino in metallo. Ciro, quella mattina del 16 marzo era a casa e casualmente in televisione vide l’immagine di un lenzuolo bianco che copriva un corpo morto. Spuntava da sotto al lenzuolo soltanto il braccio con l’orologio della Cresima. Questa è l’immagine emblematica che ricorre più volte nelle video proiezioni, questa immagine è la radice prima del dolore di Ciro, protagonista dello spettacolo. Questo dolore diventa rabbia, e questa rabbia lo spinge a rintracciare il giudice Imposimato titolare del processo al quale chiede di sapere la verità. Sarà il rapporto tra Ciro e il giudice, strutturato su questo forte desiderio di verità, a rendere chiaro al pubblico che ad uccidere Moro e i giovani membri della scorta furono i più alti esponenti dello Stato italiano con la collaborazione dei Servizi segreti americani.  

Nello spettacolo assume una funzione altrettanto importante l’incontro e l’amicizia tra Ciro Iozzino e Adriana, la sorella del poliziotto Francesco Zizzi, altro membro della scorta di Moro, proveniente da Fasano in provincia di Brindisi, che quella mattina del 16 marzo era al suo primo giorno di lavoro sostituendo la guardia titolare che la sera prima, “stranamente”, era stata mandata in ferie. Francesco, diventato da poco poliziotto, aveva una grande passione per la chitarra e cantava le canzoni di Domenico Modugno, pugliese come lui e come lo stesso Aldo Moro che, in macchina, quella mattina, affrontava gli ultimi giorni della sua vita, ascoltando Zizzi che cantava “La Lontananza” di Modugno. 

L’ingenuità e la leggerezza dei membri della scorta irrobustiscono la disperata determinazione di Ciro Iozzino nella ricerca della verità. Questa ricerca lo porterà di fronte a molte “stranezze” portate avanti da statisti come Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Tra le “stranezze” scoperte e denunciate da Ciro Iozzino nello spettacolo ne ricordiamo alcune: in genere un’ora dopo il rapimento di una persona le indagini venivano assegnate, come stabilito dal Codice di procedura penale, al giudice istruttore che a Roma, il giorno in cui avvenne la strage, era Ferdinando Imposimato. Invece le indagini, trasgredendo il Codice, rimangono nelle mani della Procura della Repubblica di Roma che le affida al giudice Imposimato solo il 18 maggio 1978 quando Aldo Moro è già stato ucciso da nove giorni.
Le “stranezze” denunciate nello spettacolo continuano. Il 31 gennaio del 1978, circa due mesi prima del rapimento Moro, nasce l’UCIGOS, un organismo di polizia speciale che va a lavorare alle dipendenze del Ministro dell’Interno che all’epoca era Francesco Cossiga. La famiglia di Iozzino non si spiega come mai nasca una squadra speciale di polizia investigativa senza l’autonomia che la Costituzione gli affida perché alle strette dipendenze di un ministero.
Qualche mese prima della strage di via Fani accade una cosa ancora più inspiegabile, viene smantellato l’Ispettorato antiterrorismo diretto da Santillo che aveva raggiunto risultati eccellenti contro i terroristi e contro la Loggia Massonica P2. Fatto fuori Santillo e la sua “squadra”, a indagare sul terrorismo, prima del rapimento di Moro, rimaneva solo l’UCIGOS, che era alle strette dipendenze del ministro Cossiga.
Altra cosa bizzarra scoperta da Ciro Iozzino nello spettacolo: uomini dell’ UCIGOS, ad agosto del 1978, erano già stati in via Montalcini nella prigione di Moro. Secondo alcuni documenti in possesso del giudice Imposimato è probabile che gli stessi uomini dell’UCIGOS sapessero della prigione di via Montalcini mentre Moro era ancora vivo. Perché gli stessi uomini dell’UCIGOS, che interrogano alcuni inquilini dello stabile dove è prigioniero Moro, non lo comunicano al giudice Imposimato anticipando la scoperta della prigione di due anni?
Ma la denuncia più consistente che Ciro Iozzino fa nello spettacolo riguarda le rivelazioni di Pieczenik, un esperto di terrorismo mandato segretamente in Italia dal governo USA per la gestione del caso Moro. Pieczenik fa delle rivelazioni di cui è in possesso il giudice Imposimato che diventano un momento importante dello spettacolo: “Quando Moro ha fatto capire attraverso le sue lettere che era sul punto di rivelare dei segreti di Stato e di fare i nomi di coloro che quei segreti detenevano, in quel momento mi sono girato verso Cossiga dicendogli che ci trovavamo a un bivio: se Moro potesse continuare a vivere o dovesse morire con le sue rivelazioni. La decisione di far uccidere Moro non è stata una decisione presa alla leggera. La decisione finale è stata di Cossiga, e presumo anche di Andreotti: Moro doveva morire.”

Note di regia
“Un altro spettacolo su Moro? Non se ne può più.” -direte. Avete ragione. Più che di spettacoli sul caso Moro c’è la necessità di sapere la verità sulla sua morte. Questo nostro lavoro vuole prima di tutto contribuire alla scoperta della verità e alla sua divulgazione. E’ un pò altezzoso il fine ma le recenti scoperte e rivelazioni del giudice
Ferdinando Imposimato, titolare dei primi processi sul caso Moro, vanno verso la costruzione di una chiara verità: Moro doveva morire.
Le nuove rivelazioni del giudice Imposimato rappresentano la base contenutistica del testo che abbiamo scritto dove però le scoperte del giudice, sono intrecciate con la vita di Iozzino, Ricci e Zizzi, tre membri della scorta. Raffaele Iozzino era il poliziotto che riuscì a sparare due colpi contro i terroristi. Domenico Ricci era l’autista di fiducia di Moro. Francesco Zizzi, era poliziotto ma soprattutto grande chitarrista e cantante di piano bar. Era al suo primo giorno di lavoro avendo sostituito, proprio quella mattina, la guardia titolare che aveva presentato un certificato medico. Nelle parole e nelle azioni di Ciro Iozzino, fratello di Raffaele, protagonista dello spettacolo, abbiamo voluto descrivere le ansie e la disperazione di un ragazzo del sud a cui strappano parte importante della vita. Con la figura della mamma di Raffaele, continuamente evocata, abbiamo voluto far parlare la disperazione di una mamma che non riesce a darsi pace, una mamma che vede il figlio partire per servire lo Stato e che rimane ad aspettare la verità da più di trent’anni. Nello stesso tempo crediamo che questo lavoro contribuisca ad informare sulle “colpe” di Francesco Cossiga e Giulio Andreotti che “non hanno voluto salvare Moro”.
Ulderico Pesce

 


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